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anziani colpiti da ictus

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Gli anziani che sono stati colpiti da un ictus hanno bisogno di 22 ore di assistenza a settimana.

È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Stroke dai ricercatori dell’Università del Michigan di Ann Arbor (Stati Uniti), secondo cui gli anziani che non lo hanno subito richiedono circa la metà delle cure.


Durante la ricerca, gli autori hanno analizzato i dati sanitari di 1.784 anziani, raccolti dal National health and aging trends study (Nhats). La metà dei partecipanti aveva subito un ictus, mentre gli altri 892 non ne erano stati colpiti. Al termine dell’indagine, è emerso che oltre la metà dei soggetti sopravvissuti all’ictus richiede in media 22,3 ore di assistenza a settimana. Gli altri, invece, hanno bisogno in media di 11,8 ore settimanali. Gli esperti hanno anche osservato che, in termini economici, prendersi cura di una persona colpita da ictus costa circa 11 mila dollari a settimana. Questa cifra, moltiplicata per tutti i pazienti, raggiunge la quota complessiva di 40 miliardi di dollari l’anno.

Studi precedenti hanno sottovalutato le risorse impiegate per prendersi cura degli anziani colpiti da ictus e ci aspettiamo che i costi associati all’assistenza potranno solo aumentare con l’invecchiamento 

Vent'anni fa un paziente con ictus restava in convalescenza per la riabilitazione molti mesi prima di tornare a casa. Ma ora non è più così. I ricoveri in ospedale durano spesso pochi giorni o settimane e non appena il paziente è in grado almeno di stare su una sedia a rotelle, se non ha complicazioni dal punto di vista respiratorio e alimentare, viene mandato a casa. Da questo momento, il peso è tutto sulle spalle dei familiari che spesso sono lasciati completamente soli ad affrontare situazioni per le quali sono del tutto impreparati. 

Ogni anno l'ictus cerebrale colpisce 15 milioni di persone nel mondo e 200.000 solo in Italia. A segnare il destino di un paziente colpito da ictus è innanzitutto la tempestività del soccorso, ma anche la fortuna, ossia il luogo (e la regione) di residenza, perché tutto - dalla gravità dei danni subiti alla conseguente possibilità di un recupero - dipende dalla presenza o meno di una unità ictus (Stroke Unit) raggiungibile velocemente e nella quale neurologi e infermieri esperti in patologia cerebrovascolare procedono alla stabilizzazione neurologica e clinica generale.

C'è senz'altro un problema di accesso alle strutture sia pubbliche che private, ma il vero nodo del problema è di natura organizzativa. Perché la riabilitazione sia efficace serve un percorso integrato tra la fase acuta in cui il paziente è ricoverato in una Unità ictus e la fase di riabilitazione che va iniziata prima possibile.

Per chi riesce ad accedervi, nelle regioni più attrezzate il percorso di riabilitazione può durare da 40 giorni a un massimo di due mesi, poi il paziente torna a casa ed è a questo punto che deve affrontare la realtà e rendersi conto che la sua vita non è più la stessa. Ma proprio in questa delicata fase, i pazienti e le loro famiglie spesso sono soli ad affrontare un impegno che è anche economico. Mogli, mariti, figli, nuore e badanti: è a loro che è affidata la cura di chi ha perso in tutto o in parte la sua autonomia. L'ultima indagine svolta nel 2010 dal Censis sui costi sociali e i bisogni assistenziali dei pazienti di ictus fa emergere molto chiaramente tutto il peso che grava sui cosiddetti caregivers. Attualmente l'assistenza ricade tutta sulle spalle dei familiari, mentre dovremmo poter avere un'assistenza domiciliare che includa non solo la parte medica o infermieristica, ma anche il coinvolgimento di assistenti sociali o dei terapisti occupazionali che possono insegnare al paziente a farsi il caffè o a vestirsi, portando gradualmente queste persone verso l'autonomia. 

Che si tratti del coniuge, del figlio o di un altro parente, l'impatto del carico di cura sulla vita dei caregiver è assolutamente dirompente: nel citato studio Censis, il 77,6% indica che in seguito all'esperienza assistenziale la sua qualità della vita è peggiorata o molto peggiorata, e per il 55,7% di essi il coinvolgimento in questi compiti implica una rinuncia totale al tempo libero e spesso anche al lavoro. Sotto il profilo psico-fisico ne consegue che nel 72,1% dei casi i caregiver intervistati hanno indicato di sentirsi fisicamente stanchi, il 57,1% di non dormire a sufficienza e il 24,8% di soffrire di depressione. A queste circostanze più diffuse, si aggiungono i casi in cui i familiari-assistenti hanno indicato conseguenze più serie rispetto alla loro salute per cui il 10,3% è dovuto ricorrere a supporto psicologico e il 6,5% è stato ricoverato in ospedale.