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Aiuto per l'Alzheimer e la demenza

L’Alzheimer non è sempre facile da riconoscere nelle fasi iniziali. Alcuni potrebbero anche scambiare i cambiamenti d’umore e di personalità legati all’Alzheimer per le tipiche avvisaglie dell’invecchiamento. Ma non tutte le persone che invecchiano vengono colpite da demenza.

Sono diversi i segnali che compaiono nelle fasi iniziali dell’Alzheimer.

1. Problemi di memoria
2. Difficoltà a trovare le parole giuste per esprimere i propri pensieri
3. Difficoltà a portare a termine compiti di routine
4. Perdersi in posti familiari
5. Difficoltà a gestire le finanze
6. Perdere il filo di un discorso
7. Dimenticare dove hai messo le cose
8. Cambiamenti nell’umore e nella personalità
9. Apatia

 In Italia i malati sono circa 1 milione e 200mila. La difficoltà è la carenza di psicologi esperti nell'esecuzione dei test neuropsicologici, per misurare (soprattutto nelle fasi iniziali) il grado di declino cognitivo. Se noti questi campanelli d’allarme in te stesso o in qualcuno a te caro, per favore consultaci. Con le giuste cure, il progredire dell’Alzheimer può essere, almeno in parte, rallentato.

L'Italia è ai vertici internazionali per gli studi sull’Alzheimer. Uno degli studi più interessanti è “Early” ovvero “Presto”. Si prova a fermare la malattia prima che compaiano i disturbi. Persone sane di età superiore a 65 anni o a 60 anni se hanno un familiare di primo grado con demenza, sono sottoposte a PET cerebrale (un esame per immagini) per vedere se la sostanza amiloide è presente: in tal caso, indicando questo accumulo di amiloide e quindi , un altissimo rischio di sviluppare in pochi anni la demenza vera e propria, si propone di assumere un farmaco per alcuni anni nella speranza di prevenire o ritardarne l’esordio. L’idea è che se si somministrasse il farmaco all’inizio, quando ancora non c’è danno alle cellule della memoria e nelle altre funzioni cognitive, si possa prevenire la perdita progressiva della memoria e del giudizio. Quando compaiono i disturbi, il cervello è già malato.
È stato proposto un nuovo farmaco, sempre un anticorpo monoclonale che non agisce sull’amiloide, bensì sulla proteina TAU, altra proteina che si accumula nel cervello dei malati.
Ulteriore novità viene da una ricerca condotta assieme al CNR di Pisa. È dimostrato che attività motoria, cognitiva e socializzazione sono capaci di prevenire, ritardare o rallentare i sintomi della malattia, agendo sui neuroni più vulnerabili mediante produzione di nuovi collegamenti, prolungando la vita dei neuroni in generale e favorendo la formazione di cellule staminali neuronali che il nostro cervello continua a produrre anche in età avanzata. Tutto ciò avviene perché il sistema cardio-vascolare funziona meglio, favorendo il flusso di sangue al cervello e perché l’organismo produce con l’allenamento motorio e cognitivo una serie di sostanze ormonali ad azione “ringiovanente.
Quando arriva la diagnosi di Alzheimer, cala il dramma in casa. Indietro non si torna. “E ora cosa facciamo?”. ” Adesso, chi lo guarderà?” Da quel momento il nucleo familiare comincia a sbandare e, spesso, a sfaldarsi. Il Piano di Sostegno esiste, ma non prevede fondi economici. Al momento, è previsto un assegno d’accompagnamento, la pensione d’invalidità di 500 euro, a volte coperti dalle Regioni, sempre insufficienti al fabbisogno. In due terzi dei casi sono i figli a prendersi carico del malato, l’assistenza nell’80% è femminile. Si tratta di situazioni critiche, dato che sono state circa 5 mila, nel 2017, le chiamate al Pronto Alzheimer della Federazione Nazionale. E se chi si prende cura del malato si ammala, la situazione diventa drammatica.